Martedì 18 Giugno, 13:52
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Max Valle
Max Valle
Giornalista professionista

foto di Getty Images

La storia delle Olimpiadi invernali - Salt Lake City 2002, i Giochi degli scandali

La storia delle Olimpiadi invernali - Salt Lake City 2002, i Giochi degli scandali

La diciannovesima puntata del romanzo olimpico invernale, caratterizzata dagli scandali dei voti comprati dei membri del CIO, dallo "skategate" e dalle squalifiche per doping ma anche dai grandi trionfi delle nostre donne nello sci alpino e soprattutto nel fondo

Il 16 giugno 1995 a Budapest la 104a sessione del CIO deve scegliere tra quattro città candidatesi a ospitare i diciannovesimi Giochi olimpici invernali, quelli del 2002. E un po’ a sprpresa, non per la vincitrice, che era stata battuta da Nagano per quelli del 1998, ma perché ottiene già la maggioranza assoluta alla prima votazione, trionfa la statunitense Salt Lake City, la capitale dello Utah, che raccoglie 54 voti contro i 14 a testa della svedese Östersund e della svizzera Sion e i 7 della canadese Quebec City. Una vittoria anomala e si capirà quanto anomala quando, tre anni e mezzo dopo la votazione, scoppierà lo scandalo dei voti comprati: si scopre che i due capi del comitato organizzatore di Salt Lake City Tom Welch e Dave Johnson hanno elargito regali di varia natura a molti membri del Comitato Olimpico Internazionale in modo tale da assicurarsi i loro voti per la causa della città fondata dai mormoni. In seguito a questo scandalo sei membri del CIO dovranno andarsene, così come Welch e Johnson, ma ormai, a tre anni dai Giochi, non c’è più tempo per cambiarne la sede. Ad alzare ulteriormente la tensione della vigilia c’è stato l’attentato terroristico dell’11 settembre 2001 in seguito al quale i controlli su chiunque ruoti intorno all’area olimpica diventeranno severi come non mai.

Giochi blindati dunque e Giochi caratterizzati da molteplici scandali, non solo quello dei voti comprati del CIO ma anche il cosiddetto “skategate”, un vero e proprio voto di scambio che consiste nel far vincere nell’artistico a coppie del pattinaggio di figura i russi Elena Berezhnaya e Anton Sikarulidze e nella danza i francesi Marina Anissina (russa di nascita) e Gwendal Peizerat. Effettivamente così avviene: nelle coppie i due russi prevalgono sui canadesi Jamie Salé e David Pelletier grazie alla complicità nel piano della giudice francese Marie Reine Le Gougne, che fa pendere l’ago della bilancia a favore dei russi. Ma la truffa viene smascherata prima della gara della danza e quattro giorni dopo il nuovo presidente del CIO Jacques Rogge in persona decide di far contenti tutti e nessuno assegnando un doppio oro sia a Berezhnaya e Sikarulidze sia a Salé e Pelletier. Non viene preso nessun provvedimento nei confronti Anissina, anch’essa coinvolta nel complotto, così la pattinatrice francese d’adozione è libera di vincere l’oro insieme al suo partner Peizerat in una gara nella quale Barbara Fusar Poli e Maurizio Margaglio vincendo il bronzo portano all’Italia la prima (e finora unica) medaglia olimpica nel pattinaggio di figura.

Ma è una medaglia che lascia l’amaro in bocca perché la coppia meneghina, di Sesto San Giovanni lei e di Milano lui, oro europeo e mondiale nel 2001, si era presentata con ben altre ambizioni ma una caduta di Maurizio nella danza libera fa dire addio al metallo più bello ai due ragazzi italiani e anzi, rischiano anche di perdere il bronzo ma a nulla vale la protesta dei lituani Margarita Drobiazko e Povilas Vanagas, che sostengono di essere stati penalizzati nelle valutazioni dei giudici tanto più che c’è stata una anche una caduta dei canadesi Shae-Lynn Bourne e Victor Kraatz, classificatisi quarti davanti ai lituani. Tutte queste controversie porteranno l’ISU in vista delle successive Olimpiadi a cambiare radicalmente e in breve tempo il sistema di valutazione che attualmente prevede la somma degli elementi tecnici e delle componenti del programma sia per il corto che per il libero in tutte le specialità del pattinaggio di figura. A proposito di questo sport, l’artistico maschile vede il duello tra i due grandi rivali russi Aleksey Yagudin ed Evgeny Plushenko finisce a favore del primo complice una caduta del secondo nel programma corto che fa pattinare in scioltezza Yagudin nel libero. Nell’artistico femminile trionfa a sorpresa la 16enne statunitense Sarah Hughes mentre la superfavorita, la sua connazionale Michelle Kwan, cade su un triplo flip nel libero e deve accontentarsi del bronzo alle spalle anche dell’altra co-favorita della vigilia, la russa Irina Slutskaya.

L’ultimo scandalo di Salt Lake City, che stravolse tutte le classifiche delle gare di fondo, è quello del doping, nel quale furono coinvolti Johann Mühlegg, tedesco che in quei Giochi gareggiava per la Spagna perché messo fuori squadra quattro anni prima dalla nazionale del suo paese natale, e le russe Larisa Lazutina e Olga Danilova. Mühlegg stravince tutte le gare individuali a cui partecipa, la 30 km skating con partenza in linea, la 10 km classica + 10 km skating a inseguimento e infine la 50 km classica ma al termine di questa gara viene trovato positivo alla darbopoietina e viene privato anche delle altre due medaglie d’oro. Il titolo della 30 km va così all’austriaco Christian Hoffmann, quello della 10+10 ai norvegesi Thomas Alsgaard e Frode Estil che erano secondi ex-aequo, e quello della 50 km al russo Mikhail Ivanov. Stessa sorte di Mühlegg per Lazutina e Danilova, con la differenza che Lazutina nella 15 km skating con partenza in linea viene stampata in volata da una Stefania Belmondo a dir poco immensa dato che la piemontese a 4,5 km dal traguardo aveva rotto il bastone destro ed era stata costretta a recuperare una decina di secondi dalla testa della gara. Russe battute anche nella 10 km classica vinta dalla norvegese Bente Skari ma l’esclusione dalla classifica di Danilova seconda e Lazutina quarta farà risalire Stefy fino al bronzo. Nella 5km classica + 5 km skating Danilova è prima e Lazutina seconda ma poco prima della staffetta femminile la Russia viene invitata a non partecipare dato che su Lazutina sono stati riscontrati alti livelli di emoglobina.

La vicenda ha il suo epilogo dopo la 30 km classica: Lazutina è prima e Danilova ottava ma entrambe sono positive alla darbopoietina e vengono escluse dagli arrivi di tutte le gare a cui hanno partecipato a questi Giochi. Il titolo della 5+5 km va così alla canadese Beckie Scott, primo oro olimpico non europeo di sempre nello sci di fondo, invece nella 30 km è fantastica doppietta azzurra con Gabriella Paruzzi oro e Belmondo argento, Stefy 2 ori 3 argenti e 5 bronzi, diventa così la donna italiana più medagliata in assoluto alle Olimpiadi, Giochi estivi compresi, ma soprattutto, insieme alla russa Raisa Smetanina, la donna ad aver vinto più medaglie alle Olimpiadi invernali, 10. Per quanto riguarda le altre gare del fondo, assente come abbiamo detto la Russia, l’Italia è sesta nella staffetta femminile per colpa di una brutta prima frazione dell’esordiente Marianna Longa, il titolo va alla Germania. Tra gli uomini, nella 15 km classica Andrus Veerpalu regala il primo oro olimpico invernale all’Estonia. Nella staffetta maschile va in scena il terzo duello tra Italia e Norvegia e ancora una volta è la nostra bestia nera Alsgaard a beffare per tre decimi il nostro nuovo protagonista della volata finale, Cristian Zorzi, gli altri componenti del nostro quartetto sono Fabio Maj, Giorgio Di Centa e Pietro Piller Cottrer. Infine due dei dieci nuovi eventi di Salt Lake City fanno parte proprio del programma degli sci stretti e sono le due sprint individuali a tecnica libera maschile e femminile. Tra le donne vince la russa Yuliya Chepalova, che quattro anni prima si era imposta nella 30 km sempre a skating, tra gli uomini è oro il norvegese Tor Arne Hetland mentre Zorzi è bronzo.

Continuando con gli sport che hanno portato medaglie all’Italia, Lidia Trettel coglie il bronzo nel gigante parallelo femminile vinto dalla francese Isabelle Blanc davanti alla connazionale campionessa uscente Karine Ruby, gli altri titoli della tavola sulla neve sono appannaggio dello svizzero Philipp Schoch, mai vincitore prima in Coppa del Mondo, nel gigante parallelo maschile, e degli statunitensi Kelly Clark e Ross Powers negli halfpipe femminile e maschile. Nello short track l’unica medaglia azzurra è l’argento della staffetta maschile composta da Maurizio Carnino, Fabio Carta, Nicola Franceschina e Nicola Rodigari che cedono ai dominatori del Canada. Due eventi nuovi anche qui: i 1500 maschili, che vanno allo statunitense Apolo Anton Ohno tra le polemiche per la squalifica del sudcoreano Kim Dong-sung, e l’identica distanza riservata alle donne, che vede battere tutte la sudcoreana Ko Gi-hyn. La Corea del Sud vince anche la staffetta donne mentre nei 500 e nei 1000 la cinese Yang Yang [A] fa doppietta regalando tra l’altro i primi ori olimpici invernali alla Repubblica Popolare cinese. Altro successo canadese nei 500 maschili con Marc Gagnon. Infine ci sono i 1000 metri che vedono il trionfo probabilmente più incredibile di tutta la storia delle Olimpiadi.

Su Youtube c’è un filmato tuttora cliccatissimo nel quale, durante una puntata del celeberrimo programma tv di Italia 1 “Mai dire Gol” la Gialappa’s Band ripercorre tappa per tappa il cammino del vincitore di questa gara. l’australiano Steven Bradbury, sbeffeggiandolo per le sue partenze lente e per la sua pattinata goffa. Forse non sapevano che durante una gara nel 1994 un pattino di un avversario gli lacerò la gamba destra facendogli perdere quattro litri di sangue e procurandogli 111 punti di sutura, inoltre nel 2000 cadde in allenamento fratturandosi due vertebre cervicali. Scongiurata la paralisi Bradbury si presenta a Salt Lake City per la sua quarta Olimpiade come un miracolato e con zero speranze di medaglia, lui che aveva vinto il bronzo in staffetta a Lillehammer. Ma la fortuna decide di restituirgli tutto d’un colpo quello che gli aveva preso. Passato facilmente il primo turno, Bradbury passa come secondo del suo quarto di finale dietro a Ohno grazie alla squalifica di Marc Gagnon, in semifinale a un giro dalla fine è ultimo ma gli cadono davanti prima uno e poi altri due e lui passa in finale. Di fronte ha tutti avversari nettamente superiori e Bradbury si tiene a distanza di sicurezza e la tattica incredibilmente paga: Ohno e il cinese Li Jiajun fanno a sportellate, si agganciano e cadono coinvolgendo anche gli altri due finalisti, il sudcoreano Ahn Hyun-soo e il canadese Mathieu Turcotte, così Bradbury zitto zitto si trova la strada spianata per la più incredibile e fortunata medaglia d’oro di sempre, Bradbury è anche il primo campione olimpico invernale della storia proveniente dall’emisfero australe.

Nello slittino maschile Armin Zöggeler completa la sua collezione di medaglie olimpiche dopo il bronzo del 1994 e l’argento del 1998 vincendo l’oro davanti al tedesco Georg Hackl, che sale sul podio per la quinta volta consecutiva nello stesso evento, impresa mai riuscita a nessuno alle Olimpiadi prima di allora, la Germania intasca i titoli dello slittino femminile con Sylke Otto e del doppio con Patric-Fritz Leitner e Alexander Resch. E poi c’è lo sci alpino, in cui le medaglie azzurre, tre, arrivano tutte dalla velocità femminile facendo pendere per la prima e finora unica volta ai Giochi invernali il medagliere italiano a favore delle donne che, non contando il bronzo di Fusar Poli e Margaglio, portano a casa otto metalli preziosi contro quattro degli uomini. Nella discesa femminile la grande favorita è Isolde Kostner ma la gardenese è argento, battuta dalla francese Carole Montillet, mai vincitrice fino ad allora in discesa in Coppa del Mondo, che dedica la vittoria alla compagna di squadra Régine Cavagnoud, deceduta a fine ottobre del 2001 in seguito a uno scontro in pista con un tecnico tedesco mentre si allenava sul ghiacciaio austriaco di Pitztal. Ma la più grande gara del nostro sci alpino femminile alle Olimpiadi è il superG di quella edizione, nella quale Daniela Ceccarelli, mai vincitrice né prima né dopo in Coppa del Mondo, si inventa la gara della vita precedendo di soli 5 centesimi la croata Janica Kostelić e di 27 Karen Putzer, l’azzurra più accreditata. Oro e bronzo quindi per l’Italia e tra l’altro la “Cecca” è l’unica a battere la croata in queste Olimpiadi dato che nelle altre tre gare che disputa, combinata, slalom e gigante, Janica vinse tre ori. In campo maschile l’Austria vince due ori con Fritz Strobl in discesa e Stephan Eberharter in gigante, il norvegese Kjetil Andre Aamodt trionfa in superG dieci anni dopo il primo oro nella specialità e poi aggiunge anche il titolo della combinata, mentre lo slalom è appannaggio del francese Jean-Pierre Vidal, il bronzo di questa gara, il britannico Alain Baxter, viene squalificato per doping.

Due gare nuove nel programma olimpico del biathlon, gli inseguimenti maschile e femminile. Tra gli uomini Ole Einar Bjørndalen, dopo essersi scaldato con un quinto posto nella 30 km skating del fondo, non solo conferma il titolo della sprint ma vince tutte e quattro le gare in programma trionfando anche nell’inseguimento, nell’individuale e in staffetta, tra le donne domina la Germania con Kati Wilhelm che si aggiudica la sprint e Andrea Henkel l’individuale, le tedesche vincono anche la staffetta e solo la russa Olga Pyleva le batte nell’inseguimento. Doppietta tedesca nel bob maschile con Christoph Langen che è primo nella gara a due e André Lange in quella a quattro succedendo proprio a Langen. C’è la novità del bob a due femminile e a trionfare è la statunitense Jill Bakken, la sua frenatrice Vonetta Flowers è il primo atleta oro olimpico invernale di colore uomini compresi. Torna nel programma olimpico dopo ben 54 anni lo skeleton maschile e a trionfare è lo statunitense Jim Shea, che emula il nonno Jack, il vincitore delle contestate gare di pattinaggio di velocità sui 500 e 1500 metri a Lake Placid 1932 e che due settimane prima di Salt Lake City è stato investito e ucciso da una macchina all’età di 91 anni, per questo Jim porta la foto del nonno nella fodera del casco quale ulteriore spinta verso la medaglia d’oro. Anche nell’inedito skeleton femminile successo Usa con Tristan Gale.

En-plein di un solo atleta, come nel biathlon maschile, anche nella combinata nordica: viene aggiunta una seconda gara individuale, detta sprint, ma la sostanza non cambia, a trionfare è entrambe le volte il finlandese Samppa Lajunen che poi trascina al successo nella gara a squadre i compagni, tra i quali c’è Hannu Manninen, il più vincente combinatista nordico di sempre che però non è mai riuscito a portarsi a casa un oro olimpico individuale. Anche nel salto con gli sci doppietta nelle gare individuali da parte di uno svizzero che non rientrava certo nella cerchia dei favoriti, Simon Ammann, doppio oro anche grazie a valutazioni generose dei giudici sui telemark soprattutto dal trampolino piccolo, Sven Hannawald, argento in quella gara e arrivato ai Giochi da grande favorito per aver completato il Grande Slam nell’ultima Tournée dei 4 Trampolini, si rifà parzialmente aggiudicandosi il titolo della gara a squadre insieme ai compagni. Gli ori degli aerials del freestyle vanno al ceco Aleš Valenta e all’australiana Alisa Camplin, quest’ultima compensa adeguatamente l’assenza della connazionale e favoritissima Jacqui Cooper, gravemente infortunata al ginocchio, le gobbe vanno ai grandi favoriti, il finlandese Janne Lahtela e la norvegese Kari Traa.

Pattinaggio di velocità maschile: lo statunitense Casey FitzRandolph si aggiudica i 500 metri, l’olandese Gerard van Velde i 1000, lo statunitense Derek Parra, grande stella del pattinaggio veloce a rotelle, trionfa sui 1500 battendo l’olandese Jochem Uytdehaage che gli aveva giocato lo stesso scherzo sui 5000, il tulipano va poi a vincere anche i 10000, da notare che solo nei 500 non viene stabilito un nuovo record del mondo. Stesso identico discorso tra le donne: solo la canadese Catriona LeMay Doan, che conferma il titolo di Nagano sui 500, non migliora il record del mondo. Nei 1000 oro alla statunitense Chris Witty nonostante un mese prima dei Giochi le sia stata diagnosticata la mononucleosi. Sulle distanze lunghe dominano le tedesche: la bellissima Anni Friesinger vince i 1500, Claudia Pechstein i 3000 e i 5000, distanza sulla quale trionfa per la terza volta consecutiva. Poi ci sono gli sport di squadra: ancora una volta il Canada, stavolta guidato da Kevin Martin, manca il titolo del curling maschile, lo skip nordamericano sbaglia l’ultimo stone e consegna l’oro alla Norvegia di Pål Trulsen, tra le donne successo delle britanniche, o meglio delle scozzesi, capeggiate da Rhona Martin. Il Canada si rifà delle delusioni di Nagano aggiudicandosi entrambi i tornei dell’hockey su ghiaccio battendo in entrambi i casi gli Stati Uniti, tra le donne per 3-2, tra gli uomini per 5-2 e grazie a questo successo i canadesi tornano sul trono dell’hockey maschile dopo ben 50 anni.

Gli altri risultati dell’Italia: disastro nello sci alpino maschile dove l’unico piazzamento top ten in una gara singola è l’ottavo posto di Max Blardone in gigante mentre Patrick Staudacher è settimo in combinata, Karen Putzer è decima nel gigante femminile. I campioni uscenti del bob a due Günther Huber e Antonio Tartaglia sono ottavi mentre la slittinista Gerda Weissensteiner è passata al bob femminile e si classifica settima, la sua frenatrice è un’altra campionessa olimpica di un altro sport e cioè del ciclismo, Antonella Bellutti, oro nell’inseguimento ad Atlanta 1996 e nell’individuale a punti a Sydney 2000. Molti i risultati fuori dalle medaglie degli azzurri dello sci di fondo: nella sprint maschile Freddy Schwienbacher è quinto, nell’’inseguimento quarto Di Centa e sesto Piller Cottrer, nella 30 km quarto Piller Cottrer e nono Zorzi, Paruzzi è ottava nella sprint donne e anche nell’inseguimento dove è nona Sabina Valbusa, entrambe nella top ten anche nella 15 km vinta da Stefy Belmondo: Paruzzi è sesta e Valbusa decima. Nello slittino maschile nono posto per Wilfried Huber, settimi nel doppio Gerhard Plankensteiner e Oswald Haselrieder. Fabio Carta è quarto nei 1500 e sesto nei 1000 dello short track, sempre sulla pista corta Mara Zini è ottava nei 500 e nona nei 1500, la staffetta azzurra femminile è quinta. Sulla pista lunga Roberto Sighel è settimo sui 5000 e sui 10000 e Chiara Simionato decima sui 1000, Giacomo Kratter è quarto nell’halfpipe maschile dello snowboard, infine Dany Locati è nona nello skeleton femminile e la bellissima Silvia Fontana decima nell'artistico femminile.

 

Riepilogo

19a edizione dei Giochi Olimpici invernali

Città ospitante e data di svolgimento: Salt Lake City (Stati Uniti), 9-24 febbraio 2002

Atleti partecipanti: 2399 (1513 uomini, 886 donne)

Nazioni partecipanti: 77

Italiani partecipanti: 109 (63 uomini, 46 donne)

Portabandiera italiano: Isolde Kostner (sci alpino)

Titoli assegnati: 78 in 15 sport

Apertura ufficiale: presidente George W. Bush

Giuramento olimpico degli atleti: Jim Shea jr. (skeleton)

Giuramento olimpico dei giudici: Allen Church

Ultimo tedoforo: squadra olimpica statunitense di hockey su ghiaccio 1980

Il medagliere

Norvegia: 13 ori 5 argenti 7 bronzi

Germania: 12 ori 16 argenti 8 bronzi

Stati Uniti: 10 ori 13 argenti 11 bronzi

Canada: 7 ori 3 argenti 7 bronzi

Russia: 5 ori 4 argenti 4 bronzi

Francia: 4 ori 5 argenti 2 bronzi

Italia: 4 ori 4 argenti 5 bronzi

Finlandia: 4 ori 2 argenti 1 bronzo

Olanda: 3 ori 5 argenti

Austria: 3 ori 4 argenti 10 bronzi

Svizzera: 3 ori 2 argenti 6 bronzi

Croazia: 3 ori 1 argento

Cina: 2 ori 2 argenti 4 bronzi

Corea del Sud: 2 ori 2 argenti

Australia: 2 ori

Repubblica Ceca: 1 oro 2 argenti

Estonia: 1 oro 1 argento 1 bronzo

Gran Bretagna: 1 oro 1 bronzo

Svezia: 2 argenti 5 bronzi

Bulgaria: 1 argento 2 bronzi

Giappone: 1 argento 1 bronzo

Polonia: 1 argento 1 bronzo

Bielorussia: 1 bronzo

Slovenia: 1 bronzo

Twitter: @aquila1968