"Sono un ragazzo tranquillo che ama la sua Val di Non. L'idolo? Bode Miller": a tutto Deromedis!

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"Sono un ragazzo tranquillo che ama la sua Val di Non. L'idolo? Bode Miller": a tutto Deromedis!

Su "Il Dolomiti" una lunga intervista al campione olimpico dello skicross, faro di un movimento esploso grazie anche al talento del ragazzo di Taio di Predaia, festeggiato dalla sua gente nei giorni scorsi dopo un'altra stagione pazzesca. "Se penso già al 2030? Io voglio la Coppa del Mondo, mi manca solo quella. Ora test a Livigno, anche se la pista dei Giochi... non c'è più".

Simone Deromedis è stato tra i grandissimi protagonisti azzurri dei magici Giochi di Milano Cortina 2026, anche perché la storica doppietta azzurra completata da Federico Tomasoni, nella sfida del penultimo giorno nelle Olimpiadi di casa, in mezzo alla bufera di neve di un sabato indimenticabile a Livigno, rientra di diritto nelle pagine che rimarranno per decenni.

D’altronde, l’asso trentino classe 2000 di prime volte se ne intende, avendo riportato l’Italia su un podio nello skicross dopo quasi 16 anni dalle imprese di Karl Heinz Molling, prima di vincere la bellezza di otto volte nel massimo circuito, cosa riuscita nel frattempo anche allo stesso Tomasoni, giusto poche settimane fa a Craigleith, e in ambito femminile in tre occasioni a Jole Galli.

Nel mezzo l’inedito titolo mondiale di Bakuriani 2023, dopo il 5° posto nel debutto ai Giochi di Pechino 2022, e due secondi posti finali nella classifica di Coppa del Mondo, piegato solo da Reece Howden nel 2025 e nel 2026.

Ed è quello il chiaro obiettivo del ragazzo di Predaia, festeggiato dal suo paese e dalla gente della Val di Non proprio pochi giorni fa, per i prossimi inverni agonistici; a 26 anni, il “Dero” è nel pieno della maturità agonistica e il riferimento assoluto di una nazionale cresciuta in maniera pazzesca. Sulle colonne de “Il Dolomiti”, una bella intervista in questa settimana di recupero, dopo i tanti impegni milanesi e romani. “Nei prossimi giorni però andrò a Livigno per testare alcuni materiali in vista della prossima stagione, ma la pista olimpica… non c’è più – racconta Simone – Forse ci prepareranno una partenza, altrimenti proveremo su un tracciato di gigante o di super-g.

Poi ci sono altri impegni istituzionali, che sono veramente tanti. Non pensavo, ma ovviamente va benissimo così”.

Sono trascorsi oltre due mesi dalla magia di Livigno… realizzata al 100%? “Sì, però ogni giorno che passa ci aggiungo un pezzettino. Ogni visita, ogni intervista, ogni celebrazione fanno sì che la mia percezione evolva e cresca. Di sicuro per qualche settimana mi svegliavo al mattino, vedevo lì la medaglia e strabuzzavo gli occhi.

La prima “botta” l’ho avuta quando sono tornato a casa e mi hanno organizzato una festa. Taio (frazione del comune di Predaia, ndr) ha 1.300 abitanti e in piazza c’erano praticamente il doppio delle persone. Lì ho capito che avevo fatto qualcosa di grande e in quel momento, in maniera positiva, tutti volevano un “pezzetto” della medaglia. Ecco, il pensiero di aver reso orgogliosa e felice la comunità di cui faccio parte è motivo di enorme gioia.

C’erano aspettative altissime, ma non ero il favorito numero uno anche se da podio. C’era tanta pressione, ho pensato milioni di volte a quella gara, ma oggi mi dico “bravo”, perché sono riuscito a gestire le cose nel modo giusto. Come? Facendo tutte le cose nel modo giusto, e dire che la giornata non era iniziata nel modo migliore, perché le prove sono andate malino: ero un secondo e mezzo/due più lento del migliore, in qualifica le cose andavano un po’ meglio ma non ancora come volevo.

Poi ha iniziato a nevicare, la pista è cambiata completamente, basti pensare che il tempo è stato di 13 secondi più elevato rispetto alle qualifiche (dominate da Howden, il re di CdM) e dunque la cosa importante era uscire dal cancelletto a gas aperto, adattarsi alle nuove condizioni e non fare conti. Il compitino non sarebbe bastato anche perché, quando si pensa di andare piano, è più facile sbagliare perché ci si irrigidisce e non si scia in maniera naturale. Nei grandi eventi la maggior parte degli atleti viaggia all'80% e, a mio avviso, è un errore”.

La routine pre gara di Deromedis è classica, forse… “Cerco di stare per i fatti miei, magari prendo la seggiovia e vado a farmi una discesa da solo, mi fermo a guardare il bosco e le montagne che mi trasmettono tranquillità. Cerco di eliminare le emozioni, ascolto musica, ma non ho una playlist fissa.

Qualche volta musica elettronica, altre volte rock o metal. E cerco di arrivare in partenza il più tardi possibile, giusto il tempo per riscaldarmi. Non mi piace stare in mezzo alla confusione, ci sono persone che vanno di corsa e parlano. Così come cerco di evitare, per quanto possibile, le interviste e la troppa esposizione. Alle Olimpiadi sono riuscito a fare lo stesso, rimanendo tranquillo come riesco a fare praticamente sempre.

In gara mi trasformo, passo dal voler stare da solo a tirare il motore al massimo dei giri. Divento una “bestia”, ho una sorta di doppia personalità sportiva. Il primo metro è fondamentale e bisogna esplodere”.

Il primo innamoramento per lo skicross “guardando il four cross dal vivo, mi sono detto subito che non volevo stare tra il pubblico ma essere lì in mezzo a loro e andare giù a cento all’ora. Mi veniva la pelle d’oca solo a vederli e soffrivo il fatto di non poter correre. E quando c’è stata la possibilità non ci ho pensato su due volte. Amo tanto la mia valle, ma ci sono stati dei periodi in cui ho vissuto bene la tranquillità mentre in altri ho percepito i “contro” della comunità piccola, dove tutti conoscono tutti e si sa ogni cosa”.

Ancora una volta il campione olimpico, come ha già dichiarato più volte ben prima di conquistare l’oro ai Giochi, ammette che il vero grande obiettivo della sua carriera è sempre stata la sfera di cristallo. E ora che gli manca solo quella… “il pensiero non è certo alle Olimpiadi del 2030, ma alla Coppa del Mondo generale dove sono arrivato secondo per due anni di fila. Quello è il mio obiettivo primario, per realizzarlo serve continuità e io devo ancora migliorare su questo aspetto: se la pista non mi piace e se non è la giornata giusta, faccio fatica e lascio per strada tanti punti”.

Sul “caso” del contatto con il transalpino Duplessis (uno dei grandi avversari di questi anni), in gara-1 delle finali di Gaellivare, Simone confessa che quel cazzotto preso in volto l’ha messo da parte ma “all’inizio mi sono detto di travolgerlo in stile rugby perché, ovviamente, ero incazzatissimo.

Mi sono trattenuto, l’ho mandato a quel paese e sono uscito diretto dal parterre, senza fermarmi. Ero nero e, quando è così, è meglio che stia da una parte a sbollire. Poi, la sera, lui è venuto a scusarsi e mi ha detto che non voleva colpirmi; non ci siamo abbracciati, me la sono messa via perché sono un buono e non riesco a restare arrabbiato con le persone. Il pugno l’ho preso, questo sì, ma sono certo che non volesse colpirmi in quel modo, lui è entrato troppo duro sbagliando, ma non voleva fare male”.

Chi sono i suoi idoli sportivi? “Il numero uno assoluto è Travis Pastrana (leggenda del supercross e delle discipline del freestyle a motori), per distacco da tutti gli altri, poi il compianto Ken Block, pilota di rally e specialista degli sport estremi scomparso nel 2023, mentre per quanto riguarda gli sport invernali Bode Miller, il cavallo pazzo del Circo Bianco, un idolo indiscusso. Sì, se qualcuno vuole sponsorizzarmi sono pronto anche adesso per i rally: ecco, i motori potrebbero essere il motivo per cui smetterei di sciare. Mi fanno impazzire”.

Deromedis ha sottolineato che quell’oro ai Giochi non sarebbe stato così bello senza ottenerlo in tandem con il commovente argento di Tomasoni: “Sì, ho sempre detto che vincere una medaglia olimpica è incredibile, se poi è d’oro il massimo, ma che l’unica cosa che può renderla ancora più grande è il fatto di viverla con un compagno, un amico. Con Fede siamo insieme 200 giorni all’anno, condividiamo fatiche, gioie e dolori.

Lui ha vissuto un anno da incubo (dopo la morte di Matilde Lorenzi, la sua fidanzata), noi gli siamo stati vicini e abbiamo fatto di tutto per supportarlo e stimolarlo. Se stai a casa tua a guardare il soffitto la situazione può solamente peggiorare e, allora, abbiamo fatto del nostro meglio per aiutarlo, come potevamo. Di quello che è accaduto a Matilde non ne abbiamo parlato tanto, perché già i media, ogni volta che potevano, tiravano fuori l’argomento.

Dopo aver vinto la medaglia gliel’ho detto: “Se vuoi non ne parlo nemmeno io, manco se mi chiedono”. E lui mi ha detto invece che era arrivato il momento di parlarne. E ora la medaglia olimpica l’ha aiutato molto”.

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