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Alessandro Pittin ci crede: "La medaglia olimpica rimane il ricordo più bello, ma io guardo ancora avanti"

Sci Nordicol'intervista

Alessandro Pittin ci crede: "La medaglia olimpica rimane il ricordo più bello, ma io guardo ancora avanti"

Protagonista della puntata domenicale del "Puppo&Ambesi Live by Night", l'atleta che ha scritto la storia della combinata nordica azzurra ha affrontato tantissimi temi. E la quinta (e poi la sesta) Olimpiade non sono così lontane...

Si è messo comodo in... salotto e si è raccontato a 360°, ripercorrendo una carriera intera e guardando al tempo stesso al futuro della sua disciplina.

Alessandro Pittin è stato l'ospite della trasmissione di Dario Puppo e Massimiliano Ambesi, visibile anche su NEVEITALIA (la potete rivedere integralmente, anche sul nostro canale YouTube), svelando nei dettagli un percorso tutt'altro che terminato per il 30enne friulano, ormai adottato dalla Val di Fiemme e vero punto di riferimento della combinata nordica in Italia. “Da piccolo facevo di tutto: sci, ciclismo e corsa in montagna, con una predilezione per sport di resistenza che al tempo stesso mi potessero dare adrenalina. Ecco che grazie a mio padre e a Leonardo De Crignis, ex saltatore che è diventato il mio mentore, ho cominciato ad affrontare il trampolino oltre agli sci stretti.

Sono stati ammodernati gli impianti di Ravascletto e si è creato un gruppo per fare crescere i giovani, ma sino ai 15 anni il percorso è stato parallelo con lo sci di fondo, visto che ottenevo buoni risultato anche in quel contesto”.

Passa poco tempo e Pittin è già protagonista alle Olimpiadi, per un esordio da giovanissimo in un giorno davvero particolare: “Era l'11 febbraio 2006, giorno del mio 16esimo compleanno. Un'emozione incredibile, col numero 1 in gara al fianco di fuoriclasse come Ackermann, Gottwald, Manninen... la porterò sempre con me”.

Il legame con i Giochi diventerà unico, tanto che Ale si prende uno storico bronzo a Vancouver 2010 quando divenne (lo è tutt'ora) il più giovane uomo italiano a conquistare una medaglia a cinque cerchi in competizioni individuali, a 20 anni e... 3 giorni. “La gara più bella della mia vita, considerato come l'ho gestita a quell'età, soffrendo in coda al gruppo per non staccarmi, sino ad attaccare nel finale. Non mi ero creato pressioni, ma ci speravo nella medaglia perchè avevo costruito quel risultato dopo la comparsata di Torino. Prima delle Olimpiadi avevo colto tre podi in Coppa del Mondo, anche se mancavano alcuni big; in Canada c'erano tutti e quindi maggiori incognite, ma tirai fuori quella gara”.

Nel gennaio 2012, ecco la magica tripletta a Chaux-Neuve, unici successi in CdM per un Pittin capace di regalare all'Italia le prime gioie nel massimo circuito, in tutta la storia della combinata nordica azzurra. A casa di Jason Lamy-Chappuis, che lo precedeva di pochi punti nella generale di coppa. “Fu quasi come vincere in Italia, il pubblico era di tutti, una cosa semplicemente fantastica. Poi la battaglia con Lamy, un vero signore di questo sport, basti pensare che poco prima mi aveva battuto pur fermandosi in pista dopo avermi rotto involontariamente un bastoncino”.

E' il momento migliore della carriera, la sfera di cristallo non è più utopia ma, pochi giorni prima delle gare proprio in Val di Fiemme, ecco il dramma sfiorato. “17 gennaio, eravamo in allenamento a Predazzo, sul trampolino grande; a fine seduta il patatrac, mi sbilanciai in volo commettendo un piccolo errore, arrivò una folata trasversale e caddi di faccia. Sembrava tutto ok o quasi, ma le botte si fecero sentire dopo gli esami in ospedale a Cavalese che avevano escluso fratture. Grazie alla pausa prevista gareggiai comunque proprio a Predazzo, facendo anche meglio del previsto, ma il 17 febbraio caddi ancora a Klingenthal, riprovando le stesse sensazioni di un mese prima. In quel caso mi ruppi la spalla, chiudendo anzitempo una stagione dove fui settimo nella generale, ma almeno il podio finale sarebbe stato possibile”.

Viene così a mancare la fiducia nella stagione successiva, “ripartendo da zero, pur risultando abbastanza competitivo già a dicembre in quel di Lillehammer. La settimana seguente, però, un problema all'attacco mi portò alla caduta in allenamento a Ramsau: radio sinistro rotto, proprio nell'anno dei Mondiali in Val di Fiemme a cui tenevo tanto e che rappresentarono un mezzo disastro. Una mazzata peggiore degli infortuni”. Eppure, l'anno successivo alle Olimpiadi di Sochi, Pittin sfiora un'altra medaglia con una rimonta strepitosa (“rischiai di rimanere a casa e il contesto di gara non mi piaceva neppure, ma saltai molto meglio del previsto e mi giocai il bronzo sino all'ingresso nello stadio, un 4° posto che fece male”), tornando su un podio di grande peso nel 2015, quando a Falun coglie un fantastico argento sempre dal trampolino piccolo.

Gli ultimi anni sono stati più difficili, anche perchè la combinata nordica è cambiata radicalmente. “Il livello del salto è elevatissimo e la disciplina è sempre più sbilanciata verso questo settore di gara, anche per la volontà dei vertici. Credo che stia rovinando il nostro sport, con minor spettacolo e seguito, ma è difficile cambiare le cose”. Eppure, Pittin non molla e guarda molto avanti, lasciando solo una piccola porticina aperta ad un futuro nel fondo. “Il cambiamento è possibile per molti sportivi, guardate Roglic cos'ha fatto dal salto al ciclismo. Lo conosco bene e ha fatto qualcosa di straordinario, nel mio caso il fondo lo pratico e posso dire di aver fatto belle cose a livello nazionale, ma credo che il passo internazionale sia ben diverso.

Servirebbe una preparazione mirata per anni, anche solo per provare ad essere competitivo. Vedremo, intanto pensiamo ad arrivare ai Giochi di Pechino 2022 e, se mi chiedete della possibile sesta Olimpiade a Milano-Cortina 2026, dico che è dura pensarci quando avrò 36 anni, ma esiste la possibilità”. In attesa dei programmi per raduni e inizio del lavoro estivo con la nazionale, Pittin si mostra ancora fiducioso per il futuro personale e del gruppo azzurro. “Abbiamo giovani di qualità e io stesso penso di avere possibilità per tornare là davanti. So di poterlo ancora fare, il problema principale è stato un approccio tecnico sbagliato al salto, più che gli infortuni subiti. Un atleta come Riessle, abbastanza simile a me, dimostra che non bisogna mollare e lavorare sempre di più”.

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