Kristian Ghedina si racconta a NEVEITALIA, dalle sfide del passato ai Giochi: "Franzoni? Ne sono felicissimo"

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Kristian Ghedina si racconta a NEVEITALIA, dalle sfide del passato ai Giochi: "Franzoni? Ne sono felicissimo"

Il campione ampezzano, a margine della presentazione del suo libro "Non ho fretta ma vado veloce", andata in scena ieri sera a Ronco Scrivia, si è aperto con il nostro Umberto Volpe. A poche ore dal week-end dell'Hahnenkamm-Rennen, non potevamo che coinvolgere il leggendario "Ghedo"; tanti i temi toccati, dalla sicurezza in gara sino ad arrivare alle Olimpiadi nella sua Cortina, all'elogio di un highlander come Innerhofer. E quella scommessa a Kitz dalla quale nacque la celebre spaccata sul salto finale...

Nella settimana di Kitzbuehel è impossibile non pensare a Kristian Ghedina, uno dei più grandi discesisti della storia dello sci alpino, capace di vincere sulla Streif nel 1998. Il Jet d'Ampezzo, inoltre, non viene associato al tempio della velocità austriaco solo per quel successo, ma anche per la spettacolare spaccata eseguita sul salto finale, a 137 km/h, nel 2004.

In queste settimane, quando oramai mancano meno di quindici giorni al via dei Giochi di Milano Cortina, l'ex velocista di Cortina sta girando diverse località del Nord Italia per presentare il libro ritratto della sua vita e della sua carriera, "Non ho fretta ma vado veloce": una collezione di storie e aneddoti veramente interessanti e affascinanti.

Durante la presentazione andata in scena a Ronco Scrivia, in provincia di Genova, abbiamo avuto il piacere di avere il campione ampezzano ai nostri microfoni: i temi affrontati sono stati numerosi, a partire dalla sicurezza nelle gare di velocità e negli allenamenti. “Per le gare di velocità le piste vengono preparate tre settimane prima almeno, con la predisposizione di tutte le reti e le protezioni necessarie per salvaguardare gli atleti. Negli allenamenti i tecnici piazzano giusto qualche rete la mattina stessa nei punti più pericolosi, ma il paragone tra gara e allenamento per la sicurezza in pista non è fattibile al giorno d'oggi, purtroppo.

Secondo me basterebbe fare come nell'automobilismo: le federazioni dovrebbero impegnarsi e investire nel creare dei veri e propri circuiti solo di allenamento, usati solo per quello, che abbiano però tutte le accortezze del caso che vengono prese per una gara di CdM. Forse così le tragedie di Matilde Lorenzi e Matteo Franzoso si sarebbero potute evitare”.

E su come sia cambiata la sicurezza in gara: “Rispetto a quando gareggiavo io, si sono fatti dei notevoli passi avanti sulla sicurezza in pista: oramai si cerca di far passare gli atleti nei punti dove ci possono essere meno rischi e gli atleti vengono portati a fare delle curve più lunghe in modo che la velocità si disperda maggiormente. I tracciati chiaramente sono più ampi, quindi si fa più strada; importante è stato anche il passaggio agli sci carving, nel 2000, che ha dato sempre più sicurezza a ciò che facevamo sulla neve.

Poi il rischio zero in velocità non esisterà mai, però oggi sono migliorate tante altre cose: gli atleti curano molto di più la preparazione atletica e anche quella mentale, in vista di una gara. Anche i dati sui materiali di cui dispongono al giorno d'oggi sono molto più precisi di un tempo. L'airbag obbligatorio, secondo me, è stato un bel passo in avanti riguardo allo sicurezza degli atleti".

Tornando al presente, non potevamo non chiedere a Kristian un parere sulle squadre azzurre di velocità a due settimane dai Giochi, dove saranno protagoniste la Stelvio di Bormio e l'Olympia delle Tofane, la “sua” pista a Cortina. “Sono molto contento degli ultimi risultati di Giovanni Franzoni: un volto nuovo al movimento azzurro fa sempre bene, e sono sicuro che su una pista tecnica come la Stelvio potrà tranquillamente giocarsi le proprie carte per un grande risultato.

Un giovane davanti poi è uno stimolo per tutta la squadra; sono sicuro che un Franzoni così, con Dominik Paris, che nonostante il problema alla caviglia gareggerà sulla "sua" pista, possano davvero fare tanto: il sogno di due medaglie in discesa non è impossibile…”.

“Anche da dietro abbiamo delle ottime carte: penso a Mattia Casse, così come Christof Innerhofer, se dovesse essere convocato. Quello che sta facendo Inner in questa stagione è fantastico, a 41 anni si è completamente ritrovato, nonostante oramai quasi tutti lo ritenevano finito: una sua presenza ai Giochi sarebbe davvero un finale fantastico”.

Per quanto riguarda le gare veloci femminili, si prospetta una sfida a due Vonn-Goggia? “Secondo me sì, sarà un grandioso duello tra di loro - dice convinto Ghedina - Entrambe amano quel tipo di pista e per me sono un gradino sopra a tutte. Sofia ultimamente non ha fatto benissimo, ma sono sicuro che a Cortina saprà ritrovarsi.

E su Lindsey che dire, tornare a 40 anni, dopo aver già vinto Coppe del Mondo, medaglie olimpiche e mondiali, è davvero qualcosa di pazzesco. Onestamente il suo ritorno mi ha sorpreso: ritrovare le motivazioni dopo più di cinque anni lontana dal mondo dello sci è qualcosa che le fa onore”.

A un grande discesista non potevamo non domandare quali siano state le piste sulle quali si trovava meglio e quelle dove, invece, incontrava più difficoltà: “Un tracciato che non ho mai amato, nonostante sia un’icona dello sci alpino, è stata proprio la Stelvio di Bormio. Non mi piaceva il fatto che fosse quasi totalmente in ombra, perchè io facevo fatica ad andare forte al “buio”, e ti metteva sempre a dura prova a livello fisico, essendo davvero massacrante.

Inoltre io ero uno che amava far correre bene gli sci in curva, e non vedendo bene il terreno facevo fatica a esprimermi al 100%. Io penso che sia la pista più difficile del Circo Bianco ancora oggi”.

La risposta per la pista che ha amato maggiormente, invece, è stata multipla: “Se devo far due nomi faccio Wengen e Val Gardena. La Saslong è sempre stata per me un po’ la pista di casa, dove ho vinto ben quattro volte, ma diciamo che nel corso della carriera mi sono trovato bene un po’ su tutti i tracciati”.

E il punto più difficile di tutta la CdM… “per me la Steilhang sulla Streif a Kitz: è un passaggio difficilissimo perchè arrivi da una curva che rischia letteralmente di buttarti fuori e se sbagli il tempo finisci secco sulle reti, come successo a Bode Miller. Si tratta di una stradina strettissima, dove devi essere bravo a far tanta velocità per sfruttarla poi nelle curve successive, dove non ci sono pendenze esagerate sino all’Hausbergkante”.

Kristian, anche dopo il ritiro dal Circo Bianco, ha continuato ad amare le sfide e si è lanciato nel mondo dei motori, tra le quattro e le due ruote, gli abbiamo chiesto cosa significa per lui velocità: “Emozione, adrenalina, l'aria in faccia, cercare di portare ogni mezzo al massimo, che sia una macchina o uno sci, provare a superare il limite mi ha sempre dato una grande emozione”.

Nel corso della sua carriera ha affrontato numerose leggende di questo sport, con le quali ha condiviso tantissime sfide: “I due principali avversari per me sono stati Luc Alphand ed Hermann Maier. Con Luc ho sempre avuto anche un ottimo rapporto di amicizia, spesso in maniera scherzosa dicevamo di coalizzarci contro gli austriaci, che in quegli anni erano la superpotenza dello sci. Maier, invece, metteva paura a tutti, batterlo nei suoi anni al top era davvero molto complicato, qualche volta ce l’ho anche fatta”.

In un’epoca nella quale è sempre più difficile trovare atleti polivalenti, abbiamo chiesto al “Ghedo” come mai, quando gareggiava lui, c'era un numero più alto di sciatori che si cimentavano in tutte le discipline: “I programmi di allenamento forse erano più simili, mentre ora tra discipline tecniche e discipline veloci sono parecchio diversi. Anche ai miei tempi non erano tantissimi, mi viene da pensare a Girardelli, Zurbriggen, Maier, Miller, ma ora trovare uno che ottenga buoni risultati in discesa e slalom è praticamente impossibile.

Anche il lavoro fisico per preparare le diverse specialità varia notevolmente: in gigante e in slalom devi essere più esplosivo, mentre in discesa e superg devi avere più potenza, resistenza e coraggio”.

Le gare simbolo della sua carriera sono state tantissime, ma gli abbiamo chiesto quale sia quella che ricorda con più piacere: “Premesso che tutte le tredici vittorie in CdM e le tre medaglie mondiali sono tutti ricordi fantastici, chiaramente il successo che mi è rimasto più impresso è stata la prima vittoria in carriera, avvenuta proprio nella mia Cortina. Era il 1990 e si decise di gareggiare lì dopo otto anni perchè in altre località mancava la neve: vincere a casa mia è stata davvero un’emozione indescrivibile”.

In conclusione, visto che siamo all’interno della settimana di Kitzbuehel, ci siamo fatti raccontare la sua storia con il tempio della velocità: “Posso ritenermi un privilegiato perchè nel 1998 ho vinto la discesa libera sulla Streif, che penso che per un velocista sia la cosa più bella che esista. Kitz è sempre stato come un luna park; l'emozione di affacciarsi per la ricognizione al cancelletto e vedere quanto fosse ghiacciata rispetto all'anno precedente non ha davvero prezzo.

Nel 2011, quando seguivo Ivica Kostelic per le discipline veloci, era talmente tanto ghiacciata che durante la ricognizione ho rischiato di travolgere un'atleta perchè non riuscivo a incidere con le lamine sul ghiaccio, questo per farvi capire la difficoltà del tracciato”.

E la celebre spaccata sul salto finale? “Quel gesto mi piace sempre dire che l’ho pianificato al bar: era il 2004, stavo finendo la ricognizione e arrivo sul salto finale a velocità molto ridotta, così decido di fare questo gesto atletico goliardico. Arrivo al parterre e sento mio cugino che mi chiama e mi dice “sei sempre il solito, in gara non hai il coraggio di farlo” (tutto in dialetto chiaramente).

A quel punto l’orgoglio ha preso il sopravvento e, dopo aver scommesso una pizza e una birra, a 137 km/h ho deciso di vincere la scommessa, da buon casinista che sono sempre stato. Al giorno d’oggi tutti mi avrebbero accusato di cercare visibilità, ma ai tempi, senza social, fu davvero una cosa molto atipica”.

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